Visualizzazioni totali

sabato 23 luglio 2011

Formazioni per maestri


I MAESTRI A SCUOLA…
Ieri, 22 luglio, ero a Bocaranga per la terza sessione di formazione dei maestri delle scuole elementari della regione.
Mentre gli alunni si godono le (più o meno) meritate vacanze… cosa fanno gli insegnanti?
Vanno a scuola!!!!
Non è una vendetta… né uno scherzo, né una punizione. Ma per poter insegnare come si deve, per poter fare un buon lavoro, un insegnante deve tenersi aggiornato, leggere, studiare…
Qui in Centrafrica, purtroppo, molto di questo è impossibile, perché i libri sono rari, le riviste ancor di più… Internet è, per molti, qualcosa che fa parte della fantascienza…
C’è un altro problema: molti degli insegnanti, non hanno un diploma e degli studi superiori… Molti sono giovani del villaggio che hanno studiato un po’ di più, ed accettano di insegnare qualcosa ai bambini del paese. Si chiamano “maitres-parents”, cioè i “maestri-genitori”: sono maestri pagati dai genitori degli alunni. O meglio… che dovrebbero essere pagati (molte promesse, poi spesso i genitori si dimenticano di portare qualche soldo, o un po’ di cibo al maestro…) .
È per questo che in questi giorni abbiamo organizzato una serie di formazioni per tutti gli insegnanti della regione. Sono circa 700 insegnanti che per 5 giorni si mettono dall’altra parte della cattedra, per imparare qualcosa di nuovo, per approfondire la preparazione e i metodi di insegnamento.
Lunedì 11 luglio abbiamo iniziato qui a Bozoum, con 210 insegnanti. In pomeriggio, nonostante un po’ di malaria, sono riuscito a partire verso il Nord, a Ngaundaye, a 205 km. Qui, martedì mattina, altri 254 insegnanti hanno iniziato la loro formazione. E la settimana scorsa c'era  la terza sessione, a Bocaranga, a 125 km da Bozoum, per gli ultimi 260 maestri.


Una delle cose belle del Centrafrica, è che i maestri sono molto contenti di poter partecipare e di essere formati… di tornare a scuola! Per 5 giorni sono in classe, dalle 8 del mattino alle 5 di sera… con una breve pausa per il pranzo.
E anche questo è scuola!

sabato 16 luglio 2011

Mangiare…

Eccoci qui, freschi freschi dalla Repubblica Centrafricana…
Oggi vorrei parlarvi un po’ di cosa si mangia e cosa si beve da queste parti…
.
Per i bambini, come per gli adulti, l’alimentazione è molto semplice, e spesso scarsa…
Quante volte si mangia? In genere c’è un pasto al giorno, verso sera, che è il pasto principale, quello che raduna tutta la famiglia. Al mattino un po’ di caffè (il latte è molto raro…) o quello che è restato dalla sera prima. A mezzogiorno, spesso c’è un frutto, una pannocchia di mais, o qualcosa che calmi la fame, aspettando la sera.


Qui il piatto forte, quello che sostituisce la pasta… è la polenta di manioca, che si mangia tutti insieme da un piatto comune, staccando il boccone e intingendolo nella salsa del piatto che la accompagna (in genere si tratta di verdure, oppure carne, o pesce, conditi con una salsa di pomodoro, oppure una salsa fatta con la pasta di arachidi).
Nei giorni di festa le donne del paese si sbizzarriscono a fare piatti un po’ più elaborati. E nascono così le KANDA, polpette di carne e semi di zucca (oppure di pesce, o caimano, o termiti, ma sempre impastate con semi di zucca).
In genere gli adulti apprezzano molto il peperoncino, un po’ meno i bambini…
Come carne… si mangia quasi tutto quello che si muove, purché sia commestibile…  dalla carne di bue, al pollo, anatre e bipedi simili. Senza dimenticare il serpente (in particolare il pitone… che è molto buono). C’è poi la selvaggina (antilopi e gazzelle,  conigli selvatici, faraone, scimmie, elefanti, il sibissi –che è una specie di castoro-). Senza dimenticare pipistrelli (ma solo quelli che vivono nei boschi, non quelli di casa…), topi e termiti. E… grande prelibatezza: i bruchi ( chiamati qui MAKONGO), che però,  confesso, non ho ancora avuto il coraggio di assaggiare…
Ritornando alla manioca, si tratta di un tubero, cioè qualcosa che cresce sottoterra. Quando si raccoglie, bisogna metterla a bagno in acqua corrente per 2 o 3 giorni, perché contiene un derivato del cianuro, che è velenoso. Dopo questa permanenza in acqua, la manioca viene spezzettata e messa a seccare, per la conservazione.
Prima del pasto, le mamme o le sorelle devono ridurre questi pezzi in farina. Molti lo fanno  a mano, in un mortaio, ma ci sono anche dei mulini con un motore a scoppio.
Quando l’acqua bolle, si butta la farina, si impasta bene, e la polenta è pronta. Buon appetito!

sabato 9 luglio 2011

PAGINE DA RISCOPRIRE I commenti al Vangelo, di Giorgio Torelli

09-07-2011

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
“Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me;
chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà;
e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me,
e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta,
e chi accoglie un giusto come un giusto, avrà la ricompensa del giusto…”
Matteo 10, 37-42


Sul lunghissimo filo dei binari, che il sole di un’estate già ampia e possessiva manda in ansioso brillìo, corre a perdifiato il treno di mezzogiorno e frastuona le messi, irrompe in stazioncine per lo sgomento di un attimo, esige strada con un lamento rauco e subito lacerato dall’impeto, scarmiglia i papaveri e porta anche me, spettinato dai giri d’aria, le tende a sbattimento e i vagoni sfrenati.
Torno da Venezia a Milano, lo scompartimento è felicemente vuoto, ci siamo soltanto in due: mia moglie, col sorriso felice di quando viaggiamo insieme, ed io che vado svaporando perché ho finito i giornali e sciolgo la mente da ogni cura.

So cosa mi accade. Poso il capo all’indietro sul tumulto del divano, lascio che il trambusto ferroviario mi scuota, socchiudo gli occhi e permetto al primo pensiero di manifestarsi e dar luogo ai contorni: lo sento che palleggia, rimbalza e si perde.
C’era un cielo intenso poco fa. Adesso, i vapori già lo stemperano, avremo ancora due ore di viaggio. Carlina dice: “Mi piacerebbe fare un pisolino molto piccolo”. Fa sempre ciao con la mano, prima di dormire sorridente. Io ricambio con gli occhi contraddetti dalla luce e la guardo con un moto d’amore, composta nell’abbandono di ogni gesto, le scarpette di velluto blu col bottoncino e l’asola, le mani in grembo, e sono minute e così operose. E’ la persona della mia vita, protagonista di ognuno dei giorni – e sono ormai tanti – che abbiamo condotto lungo un numero così vasto di stagioni da stupirci per come veniamo, insieme, da lontano.

Eravamo studenti d’università quando avvistammo in cielo l’Orsa Maggiore. Prima, l’avevamo solo sfiorata, e ci pareva un disegno luminoso fra i tantissimi. Una lunga sera che i caprifogli odoravano, consentimmo insieme: “Abbiamo tanta strada davanti, ci sposeremo almeno fra sette anni. Vuol dire che ogni 31 dicembre conteremo una stella dell’Orsa in più, sarà il nostro calendario appeso nel cosmo. Finita l’Orsa staremo sempre insieme”. L’Orsa non bastò, ci volle anche la Polare.
Un mattino, salimmo un passo dell’Appennino, dov’è una chiesa fra i venti come un brigantino in mare aperto. I boschi dei castagni stormivano a gran foglie e si vedevano – acuti – gli empiti gialli delle ginestre. Le mani erano trepide nello scambio degli anelli e un frate, che pregò tanto nella sua vita coi sandali, andava pedalando un vecchio armonium di legno sbiadito: diventavamo uno, eravamo così giovani che m’intenerisco a ripassare.

Il treno supera le chiome d’acqua di un fiume che non saprei. Un nuovo pensiero sta dicendo: “Vedi Carlina che dorme? La vedi, no? Le vuoi bene? Tu sai quanto glie ne vuoi. Cosa daresti per lei? Tutto, il doppio di tutto oppure un tutto moltiplicato per le stelle dell’Orsa e la Polare? Tu rispondi che sì, mille volte sì: siete complici, intrecciati, composti, indispensabili l’uno all’altra finché vita vi sostenga. Ma qui ti voglio: il Dio che credi vivo e vero, il Dio con cui hai preso timidamente confidenza fino a consegnargli tanto del tuo divenire, quel Dio – il solo per te, la speranza stessa – ti prescrive di amarlo più che Carlina. E di mettere dopo quanto gli devi in pensieri ed opere, anche i vostri figli come sono e saranno: col dolce senno della madre, coi vezzi trasognati del padre. Tu, viaggiatore di oggi e dei tuoi giorni, che fai? E’ qui che ti voglio”.

Passano persone con valigie, forse cambiano vagone o si apprestano a scendere fra un po’. Uno domanda con accento che direi sassone: “Ferona?”. Preciso che manca poco, lo faccio a gesti, loro s’inchinano. Carlina non s’è svegliata.

Certo. Dio è esigente, e non potrei mai ammettere di collocarlo in una graduatoria di comodo. So di dovergli tutto che sia fuori e dentro di me, Carlina compresa, i nostri figli inclusi, il lungo percorso che mi ha portato fino ai capelli bianchi. Con un’impennata della mente gli tributo, di slancio, il posto: primo e senza discussioni, altissimo, verticale, così al sommo da rendersi non immaginabile, ragion d’essere e promotore d’ogni accento. Non accetto neppur di discutere il suo straripante primato. Viviamo nel palmo della sua mano, la stessa che ha configurato il tutto. Sì, lo accetto o, forse meglio: voglio così, non può essere che così. E, tuttavia, sento il cuore non corrispondermi del tutto.

Dico francamente a me stesso: “Quanto tempo ancora dovrà scorrere – e chissà se ne avrò – perché la mia ferma proclamazione (Dio che svetta) corrisponda a un sentire sorgivo? Amo con ammirazione la paternità di Dio, ma amo tanto anche le creature che mi abitano il cuore. Il Signore lo sa, e non mi resta che chiedergli ancora una mano: quella mano. Con lui ripetitore, capirò”.
Carlina s’è svegliata allo stridere dei freni, le prendo il mento. Una volta, mi scrisse: “Non voglio essere per te un fine, ma soltanto un piccolo mezzo”.

sabato 2 luglio 2011

PAGINE DA RISCOPRIRE I commenti al Vangelo, di Giorgio Torelli


02-07-2011

In quel tempo Gesù disse:
“Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti
E le hai rivelate ai piccoli.
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te…
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me,
che sono mite e umile di cuore,
e troverete ristoro  per le vostre anime.
Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero
.
    
Matteo 11, 25-30


Nel silenzio ventoso del pomeriggio, che un sole filtrato da impercettibili nubi consegna alla levità, vado a ciliegie col mio amico Pino e m’attardo a mirare la dovizia delle messi.

Noi siamo su un’erta che contempla larghi giri di colli e dolci peripezie di una terra mossa, tutta dedita a ondularsi per vaghezza di forme. E abbiamo a perdita d’occhio, fin dove le linee dei crinali concludano la cerchia di un vivere riposto, il frumento marezzato d’oro, e poi l’orzo trepido e biondo quanto una fanciulla nordica che s’annodi le trecce. E’ un paglierino stemperato, quasi un pallore. Avevo un libro di leggende scandinave, lo ricordo fra le mie mani di bambino: ogni ragazza portava chiome d’orzo e si pettinava assorta al freddo della fonte.

Se il vento posa un attimo, si sente ruscellare l’acqua anche qui. C’è un rio segreto che traversa le colture e s’attarda un attimo al limite del bosco.: è lì che si mette a galleggiare l’anguria verde e nera perché ilo filo della corrente la rinfreschi. L’erba medica è alta, sa di buono, la brezza insiste a sfiorarla insieme ai voli spericolati delle rondini. S’alza, dalla fattoria, un nitrito a lunghi brividi e le cavalle di dà dal dosso lo riproducono. I bei cani, dal pelame color miele, restano accucciati dove l’ombra del pagliaio si disegna sulla polvere. Il candore delle colombe insiste a stendere le ali oltre le annose tegole abitate dagli storni: tutto è mirabile quiete, e par di coglierne il respiro.

Pino, scalzo e coi baffi assiepati, mi guida oltre il recinto dei daini: è nato un cucciolo pochi giorni fa, resta impettito a fissarci, gli occhi dilatati, le zampette che vibrano, la madre paziente e amorosa. Soffiano dai becchi egizi le oche del Nilo e si levano ansiosi i due cigni. Hanno una vecchia vasca da bagno per flottare, Pino l’ha portata da lontano sul tetto della Cinquecento e ogni giorno la ricolma col getto della canna, che fa l’arcobaleno.

Il ciliegio non è lontano, basta scendere un declivio e inoltrarsi dove il fitto delle robinie vibra di foglie e il sottobosco è abitato dal guizzo bianco dei coniglietti. Ecco il rosso a ciocchi dei frutti, sarebbe bello salire l’albero. Pino sa farlo in pochi slanci, ma oggi regge una lunga pertica con le cesoie: gli va bene potare i rami, tira lo spago, il fervore delle ciliegie mi cade sulle mani accostate, le gazze ci hanno lasciato la Provvidenza e c’è anche un usignolo – sicuramente non lontano – a modulare il suo canto d’amore.

“Canta ogni notte?”, domando a Pino. E lui, frugando nell’alto della pianta: “Sempre, e lo sentissi quando si alza la luna”.

Ormai, le ciliegie sono tante, Pino s’infratta alla cerca di un altro albero (“Voglio che tu senta anche quelle”) e io resto solo al cospetto di tutto. Mi sono steso su uno spazio di prato e guardo meglio il boschetto: scopro anche un frassino, poi un castagno fiorito e un severo sambuco. L’usignolo si avventura in una frase fiorita e la conclude con un ricciolo. Provo a mettermi le ciliegie agli orecchi. A mia madre piaceva farlo quand’ero cucciolo come il daino. Andavo a vedermi allo specchio, mio padre voleva la fotografia. Aveva una macchina a soffietto, prescriveva: “Fermo così”.

Tiro su un sospiro. Schizzo lontano i noccioli che resteranno dove cadono, la pioggia e il tepore faranno nascere altri alberi, verranno le gazze, l’usignolo ricamerà sempre. Sento, per un breve trasalimento, la gioia d’essere compreso nella Creazione e avverto crescere una fronda di letizia assolutamente semplice, elementare, casta. Dico adagio, ma non sottovoce, dico al limite del bosco e per il cielo così pacato che mi sovrasta: “Signore, ti riconosco”.

Non ho con me un libro che sveli chissà cosa. Sento Pino lontano, il pomeriggio è senza tempo, non saprei formulare altri pensieri che quelli di un uomo tuttora stupito dalla bellezza, ascolto il ripetersi del cuore che mi dà vita, ammiro ogni segno.

Il ciliegio fa la sua parte, l’usignolo è più che mai se stesso, il sambuco si ripropone così come impongono le sue stesse linfe, le messi sono puntualmente tornate, ogni nube si sfiocca per servire la terra, la sera si approssima perché c’è già stato il mattino, i miei noccioli contengono il prodigio di ogni dopo, i fili d’erba sono immensi testimoni di una grandezza: mi serve forse altro per intendere, nella puntualità amorosa di un ordine, il dito immaginifico di Dio, la potenza affettuosa di lui, il suo prodursi perché la consapevolezza ci cresca fino ad adottarlo?

Afferro oggi, più che sempre, la vastità del proposito divino: i piccoli intenderanno, gli orgogliosi avranno di che gemere. Una ciliegia racchiude più messaggi di qualunque fatica critica, l’usignolo – ora lo decifro – è un evangelista d’Appennino. Dice, ridice, il sole, la luna.
Mi consegno, a mani spoglie, dalla teologia di un prato.

mercoledì 29 giugno 2011

365 fucili, un Presidente, e il Re dei Re


365 fucili, un Presidente, e il Re dei Re
Eccoci!
In questi giorni sono successe parecchie cose interessanti, qui a Bozoum, Repubblica Centrafricana.
365 fucili
Sabato 25 giugno sono stato invitato a Bocaranga per una cerimonia molto importante: l’inizio del disarmo dei ribelli. Ero insieme a P.Valentino, un frate cappuccino che lavora da anni a Ngaoundaye, a 215 km a Nord di Bozoum. Le nostre zone sono purtroppo infestate da banditi e ribelli. Per fortuna i banditi non ci sono più, mentre i ribelli sono molto numerosi. In teoria vorrebbero che il paese si sviluppasse, liberandosi dal potere politico attualmente al governo. Però la realtà è molto diversa: rubano, uccidono, attaccano la popolazione e le autorità…
Durante questi anni la Chiesa è sempre stata presente, ed abbiamo sempre cercato di favorire un minimo di dialogo tra i ribelli, il governo e la popolazione, riuscendo cosi a diminuire gli episodi di violenza contro la nostra gente.
Questi sforzi, insieme al lavoro di esperti internazionali, ha permesso di arrivare al disarmo: dopo aver siglato degli accordi tra ribelli e governo, adesso è il momento di ritirare le armi e di creare un futuro per i tanti che hanno scelto la ribellione. Si tratta di persone molto giovani (16, 18 anni) che sono entrati a far parte dei ribelli per vari motivi: alcuni più idealisti, per cambiare il paese, e tanti che invece hanno trovato il modo di vivere di violenza e furti…
Sabato c’è stata dunque una cerimonia nella quale 365 ribelli hanno deposto le armi, e iniziato il cammino di reinserimento nella società (con formazioni al commercio, all’agricoltura e ad altri lavori).
Un Presidente
La cerimonia è stata presenziata dal Presidente della Repubblica, François Bozize. Appena finita la festa, abbiamo potuto incontrare il Presidente, e dopo averlo ringraziato per l’iniziativa, abbiamo potuto esprimergli le preoccupazioni sul paese, sul disarmo e sui problemi della gente. È stato un incontro breve, ma molto intenso.
Speriamo proprio che, di fronte alla tensione che sale nel paese, il Governo possa agire concretamente e rapidamente per garantire a tutti l’accesso all’educazione, alla sanità, ad un minimo di condizioni di vita accettabili.
Il Re dei Re
Ieri, domenica, ho vissuto un’altra esperienza ancora più interessante. Sono andato a celebrare la Messa a Bara, un villaggio che è difficilmente raggiungibile. Dopo 2 ore e mezza di macchina (e per percorrere gli ultimi 8 km mi ci sono voluti 40 minuti…) e 40 minuti a piedi sono arrivato a Bara. Il villaggio è abbastanza grande. All’inizio le case erano chiuse e vuote. Pensavo che la gente se ne fosse andata nei campi. Sono arrivato poi alla scuola in paglia, e poi alla chiesetta, sempre in paglia. E qui… sorpresa! Quasi tutto il villaggio era là: oltre 200 persone che cantavano contente perché il Padre è arrivato!
Dopo le Confessioni, abbiamo celebrato la Messa. E anche 8 battesimi di ragazzi e ragazze del villaggio.
È impressionante vedere la gioia di questa gente: adulti, anziani, giovani, bambini e bambine… tutti a cantare, danzare, battere le mani, pregare in silenzio, adorare…
E mentre celebravo l’Eucarestia, pensavo a com’è grande e com’è buono Dio, che viene e fa di questa capanna una Cattedrale, che fa dei nostri cuori una reggia. Ieri c’era il Presidente della Repubblica, ma oggi c’è il Re dei Re, Gesù, che ancora una volta si fa pane e vino per la nostra fame e sete!
Finita la Messa, grande festa con danze e canti in tutto il villaggio. Mi hanno offerto il pranzo (manioca e carne -non so ancora se si trattava di una specie di iguana, o di qualcos’altro…).
Poi, accompagnati dai bambini del villaggio, siamo ripartiti, tra canti e danze…
Una magnifica festa del Corpus Domini… 



sabato 25 giugno 2011

Qualcosa di bello

All'inizio degli anni '80, il giornalista e scrittore Giorgio Torelli, allora inviato speciale de Il Giornale di Indro Montanelli, per due anni si trovò a commentare per il quotidiano milanese il Vangelo della domenica.
Ecco quello della festa di domani,il Corpus Domini.

SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO


In quel tempo, Gesù disse alle folle dei Giudei:


«Io sono il pane vivo disceso dal cielo.
Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno
e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

(Giovanni 6,51-58)


Sto radendomi allo specchio del bagno – guardo negli occhi un’immagine che mi fissa –, e le campane della parrocchia si slacciano per ronzii sovrapposti. Vengono avanti ad onde, concertano per lunghe volute sul giro dei vecchi tetti milanesi, insistono nell’aria del mattino che s’è già intrisa di luce.


Dovrò affrettarmi e sortire dalla contemplazione dei piccoli pensieri in divenire. Manca un quarto d’ora alla Messa e non potrei immaginare il giorno di festa – è una domenica di ore già sfiancate – senza ripetere i gesti di una vita: andare, traversare due strade, associarmi alla penombra della chiesa, rivedere simboli e colori, esserci per libera scelta mentre il mistero si riprodurrà e io ne sarò partecipe per come a un uomo è consentito.

Nel mio vivere, diretto al delta, sono tanti e continuati i pensieri attorno alla magnitudine di Dio: gli giro attorno dal basso; spedisco segnali senza neppure il contenuto delle parole; mi sento le spalle osservate e mai premute; spingo me stesso il più in alto possibile e poi riprendo le incombenze consuete, il riprodursi delle azioni, la ruota delle ore. Comprendo che nulla, di quanto considero e sperimento nell’arco di un giorno e poi nel buio – così abitato – della notte, va esente dalla presenza discretissima di Dio. Non me lo sento addosso, e neanche intuisco – sembrerebbe facile – quale possa essere la sua opinione su questo mio vivere confuso, sovrapposto, mai snudato come nei più bei sogni. Insisto a fidarmi della sua sopportazione. Talora, cerco di mimetizzarmi senza riuscirci: rieccolo il Signore, sembra tenere il mento sul palmo della mano.

Lo dico per dire, non riesco certo a immaginare il sembiante di Dio e tuttavia ho bisogno di sistemarlo come fisionomia: posso mai parlarmi con chi non ha faccia, né occhi e neanche alcuna somiglianza con le pitture? E se ce l’avesse?


Mi accorgo di non sapere nulla, solo il mio credere. E di voler preservarlo e crescerlo per come i trasalimenti della vita, il toccare con mano quello che mi sembrasse inalienabile, hanno provveduto a insegnarmi: tutto è stato fatica e liberazione.

Per questo, la campana parla. E non m’importa se il segnale è un artificio. La parrocchia non ha campanile, i sacri bronzi – parole che sentimmo – sono registrati su nastro e poi allargati da un altoparlante. C’è chi protesta: troppa irruzione del suono. C’è chi rammenta le ragioni del cielo e non le disconosce.


Ormai sono rasato. Accentuo il passo per arrivare in tempo, entro in chiesa da una porta laterale e resto sul fondo: i primi banchi m’imbarazzano, penso sempre che dovrebbero essere riservati ai santi, ce ne sono ancora tanti, le campane non risuonano nel vuoto.


Comincia la Messa, le voci leggono il Meglio che è stato scritto per l’uomo, il prete predica le gesta di Cristo, un bambino rifà la corsetta fra sua madre e il punto – stupendo ai suoi occhi incantati – dove ardono le candele e si consumano quanto i nostri percorsi verso il vero e il giusto. Viene in fretta il momento della consacrazione e faccio quel che da sempre mi sono proposto: piego il ginocchio perché mi costa, e resto immobile.


Vorrei offrire a quanto d’immenso si sta producendo – Cristo fra noi – almeno lo smarrimento della pochezza, l’incapacità di stupirmi fino a sbalordire e fremere, la mancata risposta a una presenza così suprema da dovermi sopraffare. E, invece, sono arruffato, la mente che fatica a concentrarsi, la rotula sul freddo del pavimento, l’occhio inteso a chiudersi o si distrarrebbe al primo pretesto.


È una vita che vedo (ho detto: vedo) l’ostia e il vino diventare il corpo e il sangue di chi mi sta più a cuore, e tuttavia sono sempre nessuno. Non ho compiuto che pochi passi e mi sono consegnato all’evidenza di Dio sillabando piccole parole. Forse, ho preso tutto in confidenza e punto sulla pazienza di Dio come ho contato sull’indulgenza di mio padre. Dicevo: il mio vecchio capirà. E, adesso, dico: “Sto arrivando, Signore. Sono in corsa”.


Il vino diventa sangue. E ci crediamo, o non saremmo tutti muti e addossati in una chiesa piccola, senza storia che non sia il servizio dell’uomo, l’abside affrescata d’azzurro per significare un Assoluto popolare, a larghe pennellate.


Adesso sono in fila coi miei, credo di potermi comunicare, in qualche modo ho tenuto la strada del Vangelo. Resto un gran dilettante, ma nulla mi sarà negato: l’ostia sa di niente, e mi rapprendo per l’enormità di quanto insiste ad accadermi. Sono colmo di Dio e non credo neppure di dover dire parole che, del resto, gli sono note prima ancora che io riesca a formularle. Non ho doni, né fatti, né primizie, né grandi novità e neanche progetti risolutivi: resto un uomo con la sua storia accidentata.

Dio mi abita, e quel che appare incredibile è che si contenta: gli vado bene per il gomitolo che sono. Ho un bell’appartarmi con la schiena appoggiata a un muro e restringere i pensieri per dedicarmi a lui. Più che tanto non riesco a tributare, mi offro a mani basse, finisco per dedicargli il silenzio. Come se dicessi: “Eccomi, non ho nulla degno di un Dio e tu dovresti lasciarmi se sei così grande”.

Non sono mai stato lasciato. Esco di chiesa adagio, ritrovo il sole e sento sul viso un sorriso assorto.

giovedì 23 giugno 2011

La musica più bella...

La musica più bella: i bambini che escono da scuola!
Non so voi, ma a me, dopo la musica del caffè che esce dalla caffettiera, quella che piace di più è la musica degli alunni in ricreazione, seguita subito dopo dalla musica di quando escono da scuola!
Ci sembra tanto normale che i bambini vadano a scuola (e penso che molti ne siano anche stufi… soprattutto alla fine dell’anno scolastico), ma non ci rendiamo conto che è una grande opportunità, che non tutti i bambini hanno. Qui in Centrafrica, per esempio, nei villaggi un po’ lontani dalle città solo la metà dei bambini frequenta la scuola. E meno di un terzo arriva alla fine delle scuole elementari. Solo un bambino su sei ha la speranza di iscriversi alle scuole medie. Ci sono classi con un centinaio di alunni… spesso seduti per terra…
Ma… dove siamo?
Forse è meglio che mi presenti! Sono p.Aurelio, carmelitano, parroco e missionario a Bozoum, in Repubblica Centrafricana.
E dove sarebbe sto Centrafrica? Una caramella a chi lo sa! Non è difficile! Lo dice il nome: al centro dell’Africa: tra il Cameroun, il Congo, il Sudan e il Ciad.
Un paese bellissimo, ma è un po’ isolato, e dove la vita è molto fragile. Malattie, povertà e guerre sono causa e conseguenza di tante morti. Su 10 bambini che nascono, almeno 2 non arriveranno ai 5 anni di vita…
Nato in Italia (a Cuneo), da una ventina d’anni vivo a Bozoum, una cittadina di 18 mila abitanti, verso il Nord del paese.
Nella nostra Missione ogni giorno ho la gioia di assistere a un grande concerto: circa un migliaio di bambini e bambine vengono qui per la scuola, gioco, catechismo, salute e altro!
Abbiamo qui un asilo, una scuola elementare e una scuola media. E c’è anche un Centro di accoglienza per gli orfani, che dopo la scuola vengono qui, dove ricevono un pasto, ma soprattutto ricevono amore e amicizia da tante persone, che li aiutano a giocare, studiare, disegnare, e anche ad imparare qualche lavoretto che, quando saranno grandi, potrà aiutarli a guadagnarsi da vivere. E se qualcuno sta male, niente paura: un piccolo dispensario può accogliere e curare le varie malattie (malaria, ferite e altro).

E tutto questo perché? Perché Dio ha il cuore grande, e fa di tutto perché ogni uomo possa vivere nella speranza e nella gioia. E anche perché tanti, grandi e piccoli, sono contenti di aiutare qualcuno che ha più bisogno.
Se ti ricordi, questa sera, dì una preghiera anche per qualcuno dei bambini di Bozoum!
(questo articolo è stato pubblicato su Avvenire, nell'inserto POPOTUS)