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sabato 2 luglio 2011

PAGINE DA RISCOPRIRE I commenti al Vangelo, di Giorgio Torelli


02-07-2011

In quel tempo Gesù disse:
“Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti
E le hai rivelate ai piccoli.
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te…
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me,
che sono mite e umile di cuore,
e troverete ristoro  per le vostre anime.
Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero
.
    
Matteo 11, 25-30


Nel silenzio ventoso del pomeriggio, che un sole filtrato da impercettibili nubi consegna alla levità, vado a ciliegie col mio amico Pino e m’attardo a mirare la dovizia delle messi.

Noi siamo su un’erta che contempla larghi giri di colli e dolci peripezie di una terra mossa, tutta dedita a ondularsi per vaghezza di forme. E abbiamo a perdita d’occhio, fin dove le linee dei crinali concludano la cerchia di un vivere riposto, il frumento marezzato d’oro, e poi l’orzo trepido e biondo quanto una fanciulla nordica che s’annodi le trecce. E’ un paglierino stemperato, quasi un pallore. Avevo un libro di leggende scandinave, lo ricordo fra le mie mani di bambino: ogni ragazza portava chiome d’orzo e si pettinava assorta al freddo della fonte.

Se il vento posa un attimo, si sente ruscellare l’acqua anche qui. C’è un rio segreto che traversa le colture e s’attarda un attimo al limite del bosco.: è lì che si mette a galleggiare l’anguria verde e nera perché ilo filo della corrente la rinfreschi. L’erba medica è alta, sa di buono, la brezza insiste a sfiorarla insieme ai voli spericolati delle rondini. S’alza, dalla fattoria, un nitrito a lunghi brividi e le cavalle di dà dal dosso lo riproducono. I bei cani, dal pelame color miele, restano accucciati dove l’ombra del pagliaio si disegna sulla polvere. Il candore delle colombe insiste a stendere le ali oltre le annose tegole abitate dagli storni: tutto è mirabile quiete, e par di coglierne il respiro.

Pino, scalzo e coi baffi assiepati, mi guida oltre il recinto dei daini: è nato un cucciolo pochi giorni fa, resta impettito a fissarci, gli occhi dilatati, le zampette che vibrano, la madre paziente e amorosa. Soffiano dai becchi egizi le oche del Nilo e si levano ansiosi i due cigni. Hanno una vecchia vasca da bagno per flottare, Pino l’ha portata da lontano sul tetto della Cinquecento e ogni giorno la ricolma col getto della canna, che fa l’arcobaleno.

Il ciliegio non è lontano, basta scendere un declivio e inoltrarsi dove il fitto delle robinie vibra di foglie e il sottobosco è abitato dal guizzo bianco dei coniglietti. Ecco il rosso a ciocchi dei frutti, sarebbe bello salire l’albero. Pino sa farlo in pochi slanci, ma oggi regge una lunga pertica con le cesoie: gli va bene potare i rami, tira lo spago, il fervore delle ciliegie mi cade sulle mani accostate, le gazze ci hanno lasciato la Provvidenza e c’è anche un usignolo – sicuramente non lontano – a modulare il suo canto d’amore.

“Canta ogni notte?”, domando a Pino. E lui, frugando nell’alto della pianta: “Sempre, e lo sentissi quando si alza la luna”.

Ormai, le ciliegie sono tante, Pino s’infratta alla cerca di un altro albero (“Voglio che tu senta anche quelle”) e io resto solo al cospetto di tutto. Mi sono steso su uno spazio di prato e guardo meglio il boschetto: scopro anche un frassino, poi un castagno fiorito e un severo sambuco. L’usignolo si avventura in una frase fiorita e la conclude con un ricciolo. Provo a mettermi le ciliegie agli orecchi. A mia madre piaceva farlo quand’ero cucciolo come il daino. Andavo a vedermi allo specchio, mio padre voleva la fotografia. Aveva una macchina a soffietto, prescriveva: “Fermo così”.

Tiro su un sospiro. Schizzo lontano i noccioli che resteranno dove cadono, la pioggia e il tepore faranno nascere altri alberi, verranno le gazze, l’usignolo ricamerà sempre. Sento, per un breve trasalimento, la gioia d’essere compreso nella Creazione e avverto crescere una fronda di letizia assolutamente semplice, elementare, casta. Dico adagio, ma non sottovoce, dico al limite del bosco e per il cielo così pacato che mi sovrasta: “Signore, ti riconosco”.

Non ho con me un libro che sveli chissà cosa. Sento Pino lontano, il pomeriggio è senza tempo, non saprei formulare altri pensieri che quelli di un uomo tuttora stupito dalla bellezza, ascolto il ripetersi del cuore che mi dà vita, ammiro ogni segno.

Il ciliegio fa la sua parte, l’usignolo è più che mai se stesso, il sambuco si ripropone così come impongono le sue stesse linfe, le messi sono puntualmente tornate, ogni nube si sfiocca per servire la terra, la sera si approssima perché c’è già stato il mattino, i miei noccioli contengono il prodigio di ogni dopo, i fili d’erba sono immensi testimoni di una grandezza: mi serve forse altro per intendere, nella puntualità amorosa di un ordine, il dito immaginifico di Dio, la potenza affettuosa di lui, il suo prodursi perché la consapevolezza ci cresca fino ad adottarlo?

Afferro oggi, più che sempre, la vastità del proposito divino: i piccoli intenderanno, gli orgogliosi avranno di che gemere. Una ciliegia racchiude più messaggi di qualunque fatica critica, l’usignolo – ora lo decifro – è un evangelista d’Appennino. Dice, ridice, il sole, la luna.
Mi consegno, a mani spoglie, dalla teologia di un prato.
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