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sabato 25 giugno 2011

Qualcosa di bello

All'inizio degli anni '80, il giornalista e scrittore Giorgio Torelli, allora inviato speciale de Il Giornale di Indro Montanelli, per due anni si trovò a commentare per il quotidiano milanese il Vangelo della domenica.
Ecco quello della festa di domani,il Corpus Domini.

SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO


In quel tempo, Gesù disse alle folle dei Giudei:


«Io sono il pane vivo disceso dal cielo.
Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno
e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

(Giovanni 6,51-58)


Sto radendomi allo specchio del bagno – guardo negli occhi un’immagine che mi fissa –, e le campane della parrocchia si slacciano per ronzii sovrapposti. Vengono avanti ad onde, concertano per lunghe volute sul giro dei vecchi tetti milanesi, insistono nell’aria del mattino che s’è già intrisa di luce.


Dovrò affrettarmi e sortire dalla contemplazione dei piccoli pensieri in divenire. Manca un quarto d’ora alla Messa e non potrei immaginare il giorno di festa – è una domenica di ore già sfiancate – senza ripetere i gesti di una vita: andare, traversare due strade, associarmi alla penombra della chiesa, rivedere simboli e colori, esserci per libera scelta mentre il mistero si riprodurrà e io ne sarò partecipe per come a un uomo è consentito.

Nel mio vivere, diretto al delta, sono tanti e continuati i pensieri attorno alla magnitudine di Dio: gli giro attorno dal basso; spedisco segnali senza neppure il contenuto delle parole; mi sento le spalle osservate e mai premute; spingo me stesso il più in alto possibile e poi riprendo le incombenze consuete, il riprodursi delle azioni, la ruota delle ore. Comprendo che nulla, di quanto considero e sperimento nell’arco di un giorno e poi nel buio – così abitato – della notte, va esente dalla presenza discretissima di Dio. Non me lo sento addosso, e neanche intuisco – sembrerebbe facile – quale possa essere la sua opinione su questo mio vivere confuso, sovrapposto, mai snudato come nei più bei sogni. Insisto a fidarmi della sua sopportazione. Talora, cerco di mimetizzarmi senza riuscirci: rieccolo il Signore, sembra tenere il mento sul palmo della mano.

Lo dico per dire, non riesco certo a immaginare il sembiante di Dio e tuttavia ho bisogno di sistemarlo come fisionomia: posso mai parlarmi con chi non ha faccia, né occhi e neanche alcuna somiglianza con le pitture? E se ce l’avesse?


Mi accorgo di non sapere nulla, solo il mio credere. E di voler preservarlo e crescerlo per come i trasalimenti della vita, il toccare con mano quello che mi sembrasse inalienabile, hanno provveduto a insegnarmi: tutto è stato fatica e liberazione.

Per questo, la campana parla. E non m’importa se il segnale è un artificio. La parrocchia non ha campanile, i sacri bronzi – parole che sentimmo – sono registrati su nastro e poi allargati da un altoparlante. C’è chi protesta: troppa irruzione del suono. C’è chi rammenta le ragioni del cielo e non le disconosce.


Ormai sono rasato. Accentuo il passo per arrivare in tempo, entro in chiesa da una porta laterale e resto sul fondo: i primi banchi m’imbarazzano, penso sempre che dovrebbero essere riservati ai santi, ce ne sono ancora tanti, le campane non risuonano nel vuoto.


Comincia la Messa, le voci leggono il Meglio che è stato scritto per l’uomo, il prete predica le gesta di Cristo, un bambino rifà la corsetta fra sua madre e il punto – stupendo ai suoi occhi incantati – dove ardono le candele e si consumano quanto i nostri percorsi verso il vero e il giusto. Viene in fretta il momento della consacrazione e faccio quel che da sempre mi sono proposto: piego il ginocchio perché mi costa, e resto immobile.


Vorrei offrire a quanto d’immenso si sta producendo – Cristo fra noi – almeno lo smarrimento della pochezza, l’incapacità di stupirmi fino a sbalordire e fremere, la mancata risposta a una presenza così suprema da dovermi sopraffare. E, invece, sono arruffato, la mente che fatica a concentrarsi, la rotula sul freddo del pavimento, l’occhio inteso a chiudersi o si distrarrebbe al primo pretesto.


È una vita che vedo (ho detto: vedo) l’ostia e il vino diventare il corpo e il sangue di chi mi sta più a cuore, e tuttavia sono sempre nessuno. Non ho compiuto che pochi passi e mi sono consegnato all’evidenza di Dio sillabando piccole parole. Forse, ho preso tutto in confidenza e punto sulla pazienza di Dio come ho contato sull’indulgenza di mio padre. Dicevo: il mio vecchio capirà. E, adesso, dico: “Sto arrivando, Signore. Sono in corsa”.


Il vino diventa sangue. E ci crediamo, o non saremmo tutti muti e addossati in una chiesa piccola, senza storia che non sia il servizio dell’uomo, l’abside affrescata d’azzurro per significare un Assoluto popolare, a larghe pennellate.


Adesso sono in fila coi miei, credo di potermi comunicare, in qualche modo ho tenuto la strada del Vangelo. Resto un gran dilettante, ma nulla mi sarà negato: l’ostia sa di niente, e mi rapprendo per l’enormità di quanto insiste ad accadermi. Sono colmo di Dio e non credo neppure di dover dire parole che, del resto, gli sono note prima ancora che io riesca a formularle. Non ho doni, né fatti, né primizie, né grandi novità e neanche progetti risolutivi: resto un uomo con la sua storia accidentata.

Dio mi abita, e quel che appare incredibile è che si contenta: gli vado bene per il gomitolo che sono. Ho un bell’appartarmi con la schiena appoggiata a un muro e restringere i pensieri per dedicarmi a lui. Più che tanto non riesco a tributare, mi offro a mani basse, finisco per dedicargli il silenzio. Come se dicessi: “Eccomi, non ho nulla degno di un Dio e tu dovresti lasciarmi se sei così grande”.

Non sono mai stato lasciato. Esco di chiesa adagio, ritrovo il sole e sento sul viso un sorriso assorto.
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